Ubiquità

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The Future Is NOT What It Used To Be
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5 Responses to Ubiquità

  1. Visir says:

    L’unione matematica fra Phi e Pgreco risulta essere il PfB.
    Un’equazione variabile (o avariata) dallo sviluppo ipertrofico in una parte (bassa) del suo diagramma.

    “Il numero è forza”, si sosteneva a conforto della campagna demografica italiana dal dittatore del ventennio, ma è anche “origine e la regola” del Tutto come insegnava prima di lui, Pitagora.
    Che sia dunque espressione di “Forza” o di “Significanza” poco importa perchè il PfB è autoreferenziale.

    Tornando invece all’equazione, sintesi perfetta fra due rapporti ricorrenti nell’universo quali la proporzione aurea (Phi) e il rapporto fra diametro e perimetro della circonferenza (pi) si perviene alla “summa” di codesto algoritmo grazie al calcolo trespolare e risulta essere come già detto: la stasi perfetta.

    Se tutto è moto, quindi variazione e dunque numero, la funzione risultante fra queste due costanti universali è il PfB, ovvero il centro, l’occhio del ciclone nell’universo fenomenico attraversato dalle polveri siderali che lo compongono.
    La funzione è descritta in ultima analisi da un numero che la caratterizza e se non ricordo male si aggira sui 24 cm. Questa misura rappresenta anche lei per certi versi la stasi, come un pendolo immoto e neppure dondolante, ma è anche archetipo matematico e sonnecchiante di un numero fiacco e dormiente nel costante divenire della progressione infinta dei numeri.

    Talvolta questa quantità atipica subisce degli spostamenti lungo le linee di forza maggiore che lo attraggono verso il nord magnetico e lo addomesticano lungo le coordinate terrestri parigine.
    In quel frangente, e solo in quello pare, la funzione trova la sua espressione più piena ed è così finalmente adoperata dalla fruitrice ultima delle umane vicende di questo mondo finito.

    Genesi, ma anche Esodo, Levitico e Duteronomio di tanta umana fatica è l’agognato incontro con l’incognita femminea e insondabile del firmamento che nel suo effimero, breve e talvolta mendace oblio regala a questo “numero pigro” un senso che altrimenti non avrebbe.
    In tale frangente si trova forse la sintesi perfetta fra essere e non essere.
    Un limbo ove questo “fenomeno” si colloca nel suo naturale stato di applicazione.
    Si trova così una soluzione a quel paradosso stroppiciato e scarmigliato con cui generalmente si palesa.
    E’ detta la “funzione infunzionale” dai detrattori di questo modello matematico, essi la additano nel suo stato di apatia completo ed abituale ma ignorano la sua bellezza che non abbisogna di alcuna ribalta per evidenziare la sua unicità.

    Per altri matematici (ed è anche la nostra opinione esimi colleghi) è invece una semplice variabile rinsavita nella follia del mondo dove essa trova la sua collocazione quanto mai utile, in specie in se stessa.
    Un algoritmo talmente indipendente da non avere bisogno di funzione, applicazione, approvazione e sostegno per esprimersi; Esegue una mirabile melodia silente, mentre si compone il misterioso spartito della vita.

    Un evento che osserva dalla finestra gli accadimenti regolati dal caos ed esprime ogni tanto se stesso.
    Il suo vagito è un peto silenzioso e inodore tra i miasmi di questo mondo senz’anima.

  2. says:

    La regina delle scienze europee e oggi, se vogliamo, del mondo intero è indubbiamente la matematica, che in origine includeva la geometria e l’aritmetica.

    Pur non essendo nata in Europa, ma in Mesopotamia e in Egitto, non senza significativi apporti da Cina, India e civiltà mesoamericane, essa ha trovato in Europa e quindi nel Nordamerica il suo compimento, obbligando l’intero genere umano ad adeguarvisi.

    Grazie alla capacità di fare calcoli complessi, gli europei hanno saputo sviluppare enormemente tre scienze fondamentali per la loro esistenza: fisica, economia e astronomia.

    La matematica, più la fisica, ha reso possibili l’ingegneria e l’astronomia, cioè il controllo della natura su questo pianeta e nei cieli.

    La matematica, più i mercati e la produzione manifatturiera e industriale, ha creato una serie di scienze economiche e finanziarie su cui si regge l’intera civiltà capitalistica.

    Oggi la matematica sembra aver trovato la sua apoteosi unificando, in un’unica scienza – l’informatica – un complesso di scienze, come la logica formale, la fisica, la chimica e la stessa ingegneria. L’informatica siamo soliti distinguerla in due grandi campi: software e hardware. Grazie al fenomeno delle reti digitali, è infine sorta la telematica, che ci fa sembrare il mondo il giardino di casa nostra.

    Tutte scienze che l’Occidente ha sempre usato in maniera pacifica e violenta, per costruire rapporti sociali e per distruggerli.

    Il motivo di questa schizofrenia sta soprattutto nel tipo di civiltà in cui queste scienze vengono sviluppate. Una civiltà caratterizzata da due contraddizioni fondamentali: l’antagonismo sociale che oppone in maniera irriducibile il possidente al nullatenente; la netta subordinazione della natura agli interessi di uomini abituati alla violenza.

    Sulla base della matematica abbiamo sviluppato una civiltà malata, e con la matematica ci illudiamo di poterla sanare. La coscienza è stata messa sotto i piedi della scienza, nella convinzione che, così facendo, sia l’una che l’altra siano davvero oggettive, imparziali, al servizio del benessere e del progresso.

    Ci hanno voluto far credere che a ogni problema vi fosse una soluzione, senza dover per forza affrontare le cause ultime della generale sofferenza. Noi pensiamo che tutto rientri in una questione meramente quantitativa, senza dover chiamare in causa alcuna qualità.

    Persino chi dice di voler difendere i lavoratori, non fa che pretendere un diritto astratto al lavoro, un diritto al lavoro in sé, a prescindere dal suo impatto sulla natura. Il socialismo riformista chiede di ridistribuire il reddito, senza chiedersi se il tipo di rapporto di lavoro che lo produce abbia un senso.

    Siamo schiacciati dai ricatti della quantità. Continuamente ci dicono che i conti devono tornare (loro che non li sanno fare), che i debiti vanno pagati (loro che li hanno accumulati), che le variazioni alle richieste di sacrifici possono essere fatte solo a saldi invariati (loro che sono privilegiati e che vivono di rendita).

    Ci terrorizzano quando perdiamo punti percentuali del prodotto interno lordo, che è però un indice meramente quantitativo, non in grado di dire alcunché sull’effettiva qualità della vita.

    Come i pitagorici abbiamo ridotto l’essere al numero e ci siamo lasciati trasformare da persone pensanti a produttori automatizzati, a consumatori di beni, e per questi beni siamo addirittura disposti a trasformare la nostra esistenza in un mero contenitore di oggetti, in virtù dei quali dovremmo sentirci migliori o più moderni.

    La pubblicità ci fa desiderare cose che, per essere, non ci servono a nulla: servono solo per apparire e per arricchire chi produce quelle cose e chi le rivende, come se il valore d’uso di un qualunque oggetto fosse solo il suo valore di scambio, cioè il suo prezzo di mercato: tutti numeri che intaccano la nostra esigenza d’essere umani e naturali.

    Contro questa vita insensata noi dovremmo fare resistenza, come l’hanno fatta i nostri padri nei confronti delle dittature politiche. Dobbiamo convincerci che la dittatura può essere più subdola di quella del passato, più economica che politica, più parlamentare che militare. E’ la dittatura della democrazia borghese che dobbiamo superare.

    Dobbiamo spegnere i televisori, i cellulari e i computer mandando in tilt il sistema. Non dobbiamo aspettare di vederlo saltare quando non avremo più energia da usare: dovremmo farlo saltare subito usandone troppo poca, giusto per disabituarli a credere che il mondo giri intorno a loro.

    E l’energia che avremo tolto al sistema, la useremo per tornare a vederci di persona, chiedendoci cosa possiamo fare, lì dove siamo, per uscire definitivamente da questo incubo, da questo sogno pazzesco che, come nei miraggi, ci fa vedere l’acqua là dove c’è solo sabbia

  3. Lo Zenit e il Nadir
    Lo Zenit (noto al mondo come il Pizzarro) e il Nadir (Nazir) sono le due antitesi occulte che sostengono una tesi fra le più fondamentali.
    Quale?
    Naturalmente la legge alchemica del “Menga” che nella tradizione Sufi dei Dervisci corrisponde alla danza rotatoria che porta alla catarsi.
    Nei due omologhi viventi invece (Il Pizzarro e il Nazir) si manifesta con una notevole rotazione delle parti basse del corpo, quindi potremmo definirla una sorta di danza scrotale, interiore, nascosta e certamente esoterica.
    Il Pizzarro (a volte tradotto come Bizzarro) è l’archetipo dell’ego, ma non un ego normale, bensì un ego superdotato ed erroneamente definito: “Cazzone”.
    Esso è nell’immaginario comune: “il Palese”, “il Manifesto” e a volte anche “La Gazzetta dello Sport”.
    Di converso il Nazir appare invece, nell’universo fenomenico, schivo, malleabile e rappresenta invece il nascosto, l’inverno Belga, l’acqua fredda delle Fiandre.
    Egli è dunque l’inconscio; Ed anch’esso erroneamente viene definito come incosciente, sacrestano, bilingue, falsone.
    Nello sciamanesimo Andino viene chiamato: “El Pajero”.
    Tutte queste sono però interpretazioni semplicistiche di questi due Psicopompi e gli aggettivi detrattivi sono palesemente forvianti, ma esatti.
    .
    Nei millenni queste anime raminghe vagano a ramengo.
    Una (Il Pizzarrone) sorvola le terre emerse in costanti pellegrinaggi (la Francia ultimamente con le sue cattedrali pare essergli congeniale).
    A volte vive in piccole isole ospite di lussuose residenze messe a disposizione da i suoi occasionali consanguinei, affini oppure semplici conoscenti.
    Come un Cuculo, il Pizzarro, depone le sue due uova nel nido ospite e, una volta giunte a maturazione, vola via.
    Qualcuno potrebbe definirlo un Maestro del trascen-dente, di cui conosce ogni otturazione.
    Egli dispensa con generosità le sua saggezza stomatologica ammaestrando le genti alitanti ed esultanti.
    Però la sua anima inquieta sente sempre il bisogno di partire (senza assicurazione alcuna) per non essere confinata mai in un rapporto, in una soluzione che vivrebbe come una trappola.
    E’ il mutamento personificato e stropicciato.
    Solo in questo continuo cambiamento egli trova la certezza, appoggiandosi talvolta al bastone che la Natura gli ha offerto per riprendere fiato e ricominciare un nuovo pellegrinaggio.
    Saltuariamente torna alla avita magione pascendosi nelle immense stanze del giusto riposo.
    .
    L’altra, il Nazir (Nasune nella traslitterazione italiana) invece non si sposta mai.
    Apparentemente immutabile, il suo corpo pare non essere scalfito dal tempo (ingordo e corruttore) se non per delle curiose capigliature sempre più rarefatte con cui si adorna (per altro con scarsi ed incerti successi estetici).
    Vive in un piccola stanza, una sorta di antro, di foggia mediorientale molto tranquillo.
    Nei pressi di questo luogo sacro di elaborazione interiore e meditazione trovasi un animale Totemico: il Ciro, guardiano dalla forma gnomica e dalla voce di Putto che ne protegge il riposo e funge da sentinella impavida a questo Tabernacolo.
    Sorvolando sugli aspetti esteriori il Nazir è come detto il naturale contrappunto al Pizzarro, in una simbiosi osmotica di non facile definizione.
    .
    Questi due “elementi” sono come Yin e Yang i due famosi scoiattoli giapponesi. Essi però non vivono insieme e non litigano per le noci, ma alla fine è uguale.
    Nella loro, a volte, polverosa esistenza, indulgono nel gioco degli scacchi che li accomuna nelle notti di plenilunio in un curioso rituale che li avvince in una sfida mortale.
    I due contendenti, contrapponendosi con astuzia levantina e barando, a volte spudoratamente nel gioco (in ispecie il Nazir), dipanano, discorrendone le problematiche relative alla vita, alla morte e soprattutto alle difficoltà di parcheggio dell’automobile.
    Nascono così discussioni filosofiche di alta caratura, ma di nessuna utilità pratica.
    Essi in questo modo esplicitano e significano una saggezza molto Zen, ovvero: agire oltre lo scopo.
    Per loro non è importante vincere, ma umiliarsi vicendevolmente con una denigrazione che nel Pizzarro è palese, mentre nel Nazir sorniona ed epistolare.
    .
    Questo apparente conflitto è epifania di una eterna riconciliazione.
    E’ un costante moto di “Vaffanculo-Ti voglio bene” di Tankrediana memoria (solo più vero e raffinato).
    Alla fine questa dicotomia trova pace con il loro più sagace commento, un “mantra” antico rivelatogli dal Marchese Alberto degli Ulivi , un Rosacrociano di grande saggezza creatore del Rito Massone Antico e Accettato dei Piedi Dolenti.
    Il motto magico viene proferito di solito alla fine dei loro convivi, alle prime luci dell’alba come una celebrazione .
    Come il nembo di Giove Pluvio addita il cielo scagliandosi sulla terra, il primo di loro a cui viene in mente lo recita: “E’ tutto un magna-magna”.
    Proferita questa sentenza di solito su entrambi cala un silenzio raccolto; poi si salutano con solo un cenno e tornano alle proprie vite come se non esistesse un domani.

    • says:

      Le ‘grandi’ verita’ sui massimi sistemi appaiono vuote e pretenziose quando non sono confortate dai ‘piccoli’ esempi.. big things, small beginnings.. cominciamo con il PGreco,

      PI

      [video src="https://www.dropbox.com/s/63sct4kanwh3dnm/UTILE.mp4" /]

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